La mia vita

Detesto la marea. La marea di fogli di carta, persone che mi indicano con il dito.

Aiutatemi, per favore. Quel che sanno fare è solo indicare. Maledetti.

Frà non sapeva cosa fare, si svegliava la mattina e piangeva. Piangeva per dieci – quindici minuti, poi andava a fare colazione.

Ascoltando la sua canzone preferita, l’unica da un paio di mesi, si metteva a sognare di andare a Cuba a vendere cocomeri intagliati. A forma di cigno o di personaggi famosi, quelli che volete, anche con la vostra faccia.

Poi non andava a lavoro, non andava a scuola e non vedeva gli amici. Rimaneva nella sua camera a sognare un altro lavoro in un altro paese.

C’era qualcuno che le girava intorno, forse erano amici o forse era addirittura il marito. Non sapeva bene chi fossero quelle persone, non capiva se erano troppo presenti oppure troppo assenti.

Abitava in un manicomio, c’era un ragazzo che dormiva nella sua stessa stanza. Quel ragazzo così inquietante, vestiva sempre bene, vomitava dopo ogni pasto e collezionava libri che non avrebbe mai letto.

- Questi sono i libri che non leggerò mai, gli altri li ho tutti buttati. E’ per ricordami ogni giorno cosa mi sto perdendo, almeno di una parte della mia vita. E’ triste, ma mi fa sentire normale. – Diceva.

C’erano anche un paio di guardie, un maschio e una femmina. Adulti, quasi vecchi. Non per la loro età, ma per il loro modo di vivere. Anche loro non riuscivano a trovare vie d’uscita, lavoravano.

Lui non parlava mai, Lei parlava troppo.

Frà si chiudeva sempre in camera e tante persone la venivano a trovare.

- Siamo qui per aiutarti.-

- Ma siete troppi, così non mi aiutate. Parlate insieme, uno sopra l’altro. Dite di essere dottori ma io non so guarendo! Dite di essere miei amici, ma mentite! Come mai l’unica persona che non vuole aiutarmi è quella lì, dentro lo specchio? Perché siete tutti qui, tirate fuori dallo specchio quella donna, a lei dovete dirle che siete amici. Lei dovete guarire. Io sono solo il riflesso di quella che ero, sono vuota.

- Via la personalità! – Frà si alzò buttando i vestiti per terra.

- Non ho sogni! Potrei morire domani! Vorrei morire domani!-

Silenzio.

- A voi importerebbe? – Si girò verso quelle cinque o sei o sette persone dentro la sua stanza da letto.

- Ma certo che sì. – Si rispose da sola.

- Ma lei.- Indicò lo specchio.

- Lei morirebbe senza di me. Se io morissi lei non avrebbe più un riflesso. Ma allora perché ti giri dall’altra parte? Perché mi ignori? Una volta stavamo bene insieme. Cosa ho fatto? Cosa sono diventata? Forse è questo il problema. –

Le guardie all’improvviso entrarono in camera e presero Frà. La misero in un piccolo stanzino e la legarono.

- Tu ci hai stufato, sempre a fare quello che vuoi. Non fai mai la cosa giusta. Sai cosa c’è? Se ti mettessi in testa di seguirci guariresti in paio di giorni! – Disse la guardia femmina.

- Ma voi non siete Dottori, voi conoscete quella nello specchio? Vi ha mai parlato?-

- Mia cara, tu sei matta. Nessuno vive dentro lo specchio, lo specchio è un oggetto. Quei Dottori lì non sanno nulla della vita vera, si divertono a passare il tempo a darti medicine su medicine. Noi siamo gli unici che ti vogliono veramente bene, ricordatelo.- Lei chiuse lo stanzino.

Silenzio, un lungo silenzio. Solo il vociare senza senso degli altri pazienti le faceva capire di non essere ancora morta.

- Sono sola, sono la figlia di me stessa. –

Pianse. Pianse troppo per un giorno solo.

In quel momento entrarono le guardie che le sputarono addosso. Richiusero la porta e Frà continuò a piangere. Entrarono gli amici, il marito e i dottori.

- Poverina, poverina, quanto ci dispiace. Povera piccola, guarda tutto quello che deve sopportare. – Richiusero anche loro la porta, lasciandola legata.

Passò un’oretta e Frà sentì di nuovo la porta dello stanzino aprirsi. Era quel ragazzo inquietante, quello che dormiva nella sua stessa stanza.

- Quanto ti capisco, loro si comportano così anche con me. Guarda come sono diventata ed è solo colpa loro. Tu invece sei diversa, sei più forte di me. – Disse il ragazzo mentre la slegava.

- Grazie, davvero. – Disse Frà.

- Di niente, ora dammi i soldi.-

- Quali soldi? –

- Hai 100 euro dentro la scatola verde sul comodino, li ho visti.-

- Perché li vuoi? Perché vuoi in cambio dei soldi. Hai detto che mi capisci.-

- Voglio comprare dei libri nuovi e poi io ti sto aiutando. Ti aiuterò sempre, ma non puoi pensare che io sia perfetto, che faccia tutto questo per te senza volere niente in cambio. Saresti veramente una stupida se pensassi questo. – Disse il ragazzo.

Frà diede i soldi al ragazzo. Frà decise di rimanere in silenzio per non essere chiusa di nuovo nello stanzino. Per non pagare un’altra volta, per non piangere così tanto ogni giorno.

Nella sua stanza, da sola, si guardò allo specchio.

- Perché non sono come te?-

I miei mostri

6 febbraio 2011 - 4 Risposte

Decidere di essere se stessi, decidere di dire la verità, decidere di trovarsi bene con la gente. Fare giuste scelte, voler bene. Stare al caldo sotto le coperte, mai annoiarsi, mai trovarsi male. Essere altruisti, atei e con un lavoro per pararti il culo se ci saranno dei giorni i cui starai male. Essere felici di essere felici, tentare di non trovare qualcosa di negativo in questa vita che si presenta fin troppo bella. Abbiamo fatto pace con la vita, con le nostre storie e i nostri dolori.

Tutto è lontano, tutto è passato e non hai paura che finisca da un momento all’altro. Trasciniamo i corpi delle vecchie storie perché gli abbiamo voluto bene, molto. Quel dolore che mai ci abbandonerà adesso è cambiato. Tutto è piacevole e dolce. Chi cambierà per primo? Io o la vita. Io e la vita. Io che vivo. Io che non so di vivere. A voler troppo bene ci vuole poco, ora voglio bene.

Nulla va di corsa, nulla da prendere al volo. Tutto sul mio piatto d’argento.

A te piacciono le persone rosa

23 dicembre 2010 - 4 Risposte

- Eccolo! Eccolo! L’hai visto anche tu? -

- Cosa? –

- Come cosa? L’albero, un albero è volato sopra le nostre teste. –

- Un albero? No, non l’ho visto. –

- Già. Sei una persona molto carina. –

- Grazie. –

- Devo tornare a casa. –

- Di già? –

- Sì. –

- Perché? –

- Non hai visto l’albero e…sai è strano che tu non l’abbia visto. Sicuramente significa qualcosa. –

- Significa che non stavo guardando il cielo. –

- Già. –

- Ora non vuoi più vedermi perché guardavo il fiume invece del cielo? –

- Nel fiume hai visto l’elefante con la tuta spaziale? –

- No, decisamente no. –

- Ti sei perso l’albero volante e l’elefante con la tuta spaziale. Quante altre cose non avrai visto in tutta la tua vita? –

- Hai ragione, forse dovrei guardare meglio. –

- Ma non ti interessa. –

- Che ne sai? –

- Ti sei reso conto che sono blu? Oggi non sono rosa, sono blu. –

- Cosa? No. Beh, hai sicuramente un colorito tendente al blu, ma non si nota molto. –

- Ti assicuro che sono blu, lo sono da un po’ di tempo. –

- Pensi che io non ti abbia mai guardata per bene? –

- Penso che tu veda semplicemente quel poco di rosa che c’è in me. Quel rosino rimasto in alcuni punti del mio corpo. Vedi? Qui sono un pochino rosa, sui polpastrelli. –

- Ah, è vero sei blu. –

- Già. –

- Non stai molto bene blu, sai? –

- Sì, mi aspettavo dicessi una cosa del genere. –

- Sono così prevedibile? –

- Un po’. –

- Perché siamo qui insieme? –

- C’è un uomo sopra l’albero volante. So che non lo vedrai mai, ma credimi. Quest’uomo si è innamorato di quell’albero dalla prima volta che l’ha visto, ora sta lì con lui tutti i giorni. –

- Sei invidiosa? –

- Non lo so, riesco a capire l’uomo. So perché ha abbandonato la sua vita per stare lì, a quell’altezza solo poche persone riescono a vederlo. –

- Solo chi riesce a vedere gli alberi voltanti. –

- Già. –

- Non sei male blu.-

- Ma a te piacciono le persone rosa. –

- E a te quelli che vivono su alberi volanti. –

- Devo tornare a casa. –

- Va bene. –

- Addio. –

- Addio.-

Era metà pomeriggio ed io bevevo thè freddo alla pesca all’ Au Petit fer à Cheval.

8 novembre 2010 - 4 Risposte

Che fai? Accendi il computer e ti metti lì. Comodo, mi raccomando.
Eccole qui, le chat. Come va? Tutto bene? Bah, si va avanti. Ed è così che passano davanti ai nostri occhi milioni di foto.
Foto belle, brutte, basse, alte. Discorsi oppure frasi banali scritte e poi lette, poi riscritte, poi rilette e in fine lavate con l’amuchina e spalmate sui network con ancora quei tre o quattro germi che le fanno puzzare di vestiti asciugati male.
Ad un certo punto ti alzi e inizi a parlar male del mondo, poi ti siedi e ti incazzi con il computer perché non funziona.
Alla fine della giornata non puoi far altro e svitarti la testa e nascondere gli occhi sotto il cuscino.
Beata ignoranza? Non credo proprio, quando ero piccola mi guardavano tutti dall’alto in basso e ridevano, parlavano e utilizzavano paroloni come ”bottarga”. Nah, un periodaccio da questo punto di vista, se decidevo di porre delle domande ai ”grandi” questi mi rispondevano o con una sonora risata oppure con una mezza frase che faceva sorgere in me un’ altra ventina di domande spesso riguardanti l’etimologia delle parole, per disperazione ero arrivata persino ad intuire il significato delle parole da sola (sbagliando, naturalmente) e questo non faceva altro che dar modo a quelle sonore bocche piene di fumo di sganasciarsi ancora un pò.
Indifferenza? Solo quando si va a dormire ci si può permettere di leggere Topolino, mentre quando sei sveglio Dostoevskij te lo tirano in testa. Ad alcuni fa piacere, certo, ma chiamiamoli masochisti. L’indifferenza è la più alta forma di amore per se stessi, ma è difficile immaginare un mondo di persone che si guardano allo specchio 24 ore su 24.
Beh…
ok, giri l’angolo e vedi una gentile donzella che si guarda i denti nello specchietto retrovisore, ti fai un giro su internet o parli con un paio di amici e scopri che davvero tanta gente ama più se stessi che un Dostoevskij dritto in fronte. Come biasimarli? Certo, non si può, ma giudicarli sì.
Qui parte la categoria di quelli che con il Dostoevskij potrebbero pure farsi la doccia e da bravi masochisti quali sono loro adorano provocarsi dolore, ma non usano le lamette ma le finissime pagine dell’ Idiota
( Niente di personale nei confronti di Dostoevskij, potrei parlare della politica, della chiesa, delle università o del lavoro ma preferisco parlare di qualcuno che al massimo è costretto a fare stretching rigirandosi nella tomba).
A dire la verità sono proprio questi amabilissimi masochisti a far girare il mondo, cazzate quelle di Galileo, loro si mettono lì, con le loro braccine ossute, e spingono la Terra. Nel frattempo con le loro gambine riescono a dare dei bei calci sui sederini dei futuri masochisti per prepararli, da grandi, a star male (bene?) per davvero non solo per le librate in testa ma per quei tanti soldini che non ci sono e quei graziosi sogni nel cassetto che verranno bruciati insieme al comodino, alla scrivania, alla credenza e a tutto quanto. Tutti i masochisti impareranno, col tempo, a tenere i denti stretti anche con i peggiori calci in culo.
L’ignoranza infantile è come un pacchetto di sigarette, quando finisce è sempre domenica.
Quindi stai lì, accendi il computer e ti metti comodo preparandoti alla valanga di chat, foto, discorsi, frasi nonsense banali.
Comunque la prossima volta che vedrai qualcuno stare veramente male per la sua vita che va a rotoli o il lavoro che non si trova oppure per il fatto che vive ancora con i genitori e che dopo 25 anni di università ancora campa con la paghetta, tu digli che a star male così ci vuole coraggio e che è proprio lui, insieme ad altri masochisti, a far girare il mondo. Infine beccati, come una piacevole ventata di aria fresca, un sonoro vaffanculo.

Un bambino ciccione vestito da libellula

7 novembre 2010 - 2 Risposte

Ero ad una festa in maschera ed ero travestito la libellula, specifichiamo, ero un bambino ciccione vestito da libellula.

Andai a fare la pipì. Una schifosa porta di legno. – Chi è? E’ occupato! Vattene via! – mi gridò singhiozzando una ragazzina vestita la lattina di cola. Chiusi immediatamente la porta e non mi disturbai neanche a chiederle scusa. – Mammaaaaaaa!!! Corriii sono in bagnoo!!! – Sentii ancora le sue urla mentre mi addentravo nella casa alla ricerca di un altro bagno. Vidi la Madrebiondaossigenata della lattina di cola – Eccomi tesoro! Arrivo! -. Mi fermai un attimo. – Mamma qualcuno mi ha lacerato la vagina! -. Cosa?! pensai. La lattina di cola voleva fare la dottoressa da grande e tutte le barbie che possedeva le aveva già belle che sezionate, fortunatamente non avevano nessun animale. Una lattina di cola con le mestruazioni. Niente di più esilarante. – Tesoro, non ti preoccupare, nessuno ti ha fatto nulla. Ora ti spiego…-. Lo ammetto, mi avvicinai molto alla porta del bagno per sentire quest’ultima parte della conversazione. Ridacchiando continuai la mia ricerca, insomma, dovevo ancora fare pipì. Immaginai una pagina del diaro della lattina di cola dopo questa giornata – Caro diario, oggi mi sono fatta la mia prima diagnosi -. Sbagliata, aggiungerei.

Ma perchè un bambino ciccione vestito da libellula dovrebbe ridere dell’ idiozia altrui? Ero già sfigato per conto mio, potevo guardarmi allo specchio e sbellicarmi dalle risate ogni volta che volevo. Una libellula, cazzo. Mia madre era un’ entomologa, le piacevano in particolare le farfalle. Infatti una stanza nella nostra casa era piena di farfalle bucherellate e appese in bella vista, ogni volta che capitavo lì dentro le immaginavo volare tutte via dalla finestra dirette dal ferramenta più vicino a comprare un megachiodo per impalare mia madre. – Loro sono molto arrabbiate, secondo me. – dicevo a mia madre, lei rideva. Dio, come la facevo ridere, tutti i ragazzi ciccioni fanno ridere, ma io in particolare ero uno spasso. – Non cambiare mai! – mi diceva mia madre, quando la facevo ridere. Sì certo io non cambierò però le farfalle un giorno ti impaleranno per bene.

A questo proposito tempo fa mi raccontarono la vera storia del Conte Dracula, sinceramente non me la ricordo bene so solo che in verità era un pazzo che impalava la gente. Quando sentii questa storia arrivai alla conclusione che il Conte Dracula era una farfalla con dei seri problemi a socializzare.

Riuscii a fare pipì nello stesso bagno in cui la lattina di cola aveva trovato se stessa. Amo frugare nei bagni degli altri, forse la gente pensa che il posto più intimo e che rispecchia di più le personalità di chi abita nella casa sia la camera da letto. Invece no, il luogo che racchiude la nostra anima è dove caghiamo.

Fai una domanda ad una ragazza: ‘- Cosa stai leggendo? - e quella risponde – Beh, Pirandello, uno nessuno e centomila -. Ok, poi vai nel suo cesso e vedi Novella 2000. Se non leggi qualcosa che ti interessa nel momento in cui sei solo, rilassato e presumibilmente in pace con te stesso, quando lo leggi? Assonnato prima di andare a letto? Oh, ragazzina tu non leggi Pirandello, tu leggi Novella 2000 e nel tempo che ti rimane tra un pensiero e l’altro, tra un ragazzo e l’altro, tra la spesa e il sudoku ti leggi il tuo amato Pirandello.

La festa stava continuando. Con o senza di me. La lattina di cola era andata a casa. – Oh, una bimba vestita da rana! – pensai. – Potrei mangiarti. – mi disse. Io rimasi zitto. Cosa?! Perché dovrebbe mangiarmi? All’improvviso si avvicinò a noi due mia madre, sorrideva. Ecco, in quel momento mi resi conto che da grosso insetto quale ero avevo davanti a me due scelte: impalato da mia madre o mangiato da una bella bambina vestita da rana. Riflettei molto sull’ironia di questa situazione, poi presi un bicchiere di cola e brindai in solitudine a quella bambina che sotto il suo grosso costume da lattina di cola aveva nascosto sicuramente un paio di enormi tette.

La dama

Aveva una spilla sul petto, un diamante sul cuore e il suo folle luccichio incantava il pittore intento a dipingere gli occhi della bella dama luminosa.
Occhi luminosi, occhi di diamante, occhi sinceri erano stati ritratti in quel quadro, nessuno mai scoprirà l’infinita incompetenza che ebbe il pittore nel rappresentare quella bella, esaltante, volgare, rumorosa e futurista dama.
Le piume di cui era ricoperta la sua stravagante pettinatura sembravano sonagli che ad ogni passo rimbombavano nell’eco del loro fastidiosissimo suono, nell’insieme anche l’oggetto più leggero e delicato era un ammasso di doloroso chiasso.
La sconvolgente timidezza delle sue parole mi affascinava, le vedevo curiose sporger dalle sue labbra ma subito fuggir via per poi nascondersi sotto la lingua dove nessuno le avrebbe udite. Innocue, candide e gioiose piccole parole, le uniche cose che la dama aveva l’accortezza di non sfoggiare, incantato rimasi contemplando la purezza di tutto quel che di lei non appariva ad un semplice osservatore.

Il Grande equilibrio

11 febbraio 2010 - 2 Risposte
Disordine.
L’orologio va indietro di cinque minuti. Una macchia di caffè sul divano e il gatto mi sta fissando.
Dove trovo la forza per spostare il divano e prendere il telecomando?
Poi piove.
La sigaretta ha un sapore orribile, merda.
Dove cazzo è il posacenere? Ah, eccolo.
Se avessi le palle lo farei, giuro. Se solo avessi le palle io farei ogni cosa che il mio cervello immagina, ma è tutta colpa di quello che mi è capitato.
Sì, devo mettere le cose in pari.
Eh sì, quante me ne sono capitate!
Ah sì? Beh, sì. Non ho le palle. Allora rimani fermo sul divano perchè non hai il coraggio di agire?
Sì, cioè, no. Non lo so. Forse sì.
Ecco, ora ci si mettono pure i tuoni.
Eh, dovrei fare un sacco di cose. Ma stai fermo. Non mi va! Muoviti. No.
Sento che cambierò, aspetto di finire questa sigaretta, poi ci saranno altre persone e a quel punto cambierò. Guarda fuori, ti sei reso conto che nevica?
è passato molto tempo.
Ma io non ho ancora trovato il telecomado. Parli di ”momenti giusti” ma la noia ti sta mangiando il fegato.
Fottiti.

Nessun Nome

31 gennaio 2010 - 8 Risposte
- Non ci resta che fare quello che non vogliamo fare.- disse l’uomo invisibile.
 
L’uomo invisibile pianse per giorni prima di riuscire a dire tranquillamente una frase del genere.
- Non ci resta che adattarci al clima e mangiare quello che mangiano loro, prima o poi non sentiremo più freddo e riusciremo a digerire qualunque cosa.-
La sensazione di guardare fuori dalla finesta e sapere che non si sta ossevando il paesaggio nel modo giusto è orribile, devastante. Ti distrugge non riuscire a capire come possano gli altri non concepire cose che per te sono normali.
Bevi l’acqua, ma per loro non è così che si fa, tu non riesci a capire e ti chiudi in casa. Costretto a vivere al buio, dentro quattro mura che sono diventate la tua famiglia speri che un giorno qualcuno apra la tua testa per capire quello che tu non sei mai riuscito neanche a dire.
L’ uomo invisibile.
Era tutto così noioso, non poteva rimanere chiuso in casa, sarebbe morto solo nel suo letto. Sarebbe morto ricoperto di muffa e radici.
Il silenzio uccideva la sua mente, ma sapeva che non sarebbe stato in grado si ascoltare dei suoni correttamente, quindi guardava ogni giorno se stesso allo specchio maledicendo il suo volto e le sue parole, le stesse parole che per gli altri erano così tanto disordinate da essere incomprensibili.
Illuso l’uomo invisibile volle provare ad adattarsi.
Cosa rimaneva di lui? Rinchiuso in casa, durante quei lunghi anni non aveva fatto altro che graffiare e strappare via l’unica cosa che possedeva, se stesso.
Fuori, con la luce del sole, vide il sangue.
Era rosso e ne era ricoperto.
Morì.

Le Stanze di River

27 dicembre 2009 - Una Risposta
- Ti senti te stessa in questo momento? -
- Sì -
- Ti chiamano River, ma non è il tuo vero nome, giusto? -
- Giusto. -
 
Il mio nome per loro era River.
Non era importante che fossi un uomo o una donna, loro ti davano un nome indipendentemente dal tuo aspetto fisico o dal tuo carattere.
Vivevo in campagna, bevevo birra nell’unico posto che potesse assomigliere ad un bar, poi avevo un fucile, un cane ed una vecchia vicina vedova.
Quel pese aveva qualcosa di inquietante, ma nel momento in cui, spaventato dai lupi o dall’eccessiva quantità di sangue sui vestiti del macellaio decidevi di ritornare in città, qualcuno bussava alla tua porta di casa regalandoti conigli e maiali morti oppure qualche puttana troppo truccata. 
M’innmorai della barista che non mi faceva pagare la birra dal terzo boccale in poi.
- Tu mi vuoi ubriaco! – le dicevo ogni pomeriggio – Qua dentro se non sei ubriaco non ti diverti. – rispondeva sempre lei.
La barista morì ammazzata dal macellaio, cioè, secondo lo sceriffo fu vittima di un raptus suicida, ma il macellaio aveva sempre troppo sangue sui vestiti.
Dopo la morte della barista incominciai a pensare di tornare in città, dalla mia tivvù e nel mio vecchio appartamento, così, mi ritrovai il macellaio davanti casa con un grasso maiale morto tra le braccia. Presi quel corpo come una madre prende un bambino svenuto, convinto che il macellaio fosse capace, in qualche strano modo, di ascoltare i miei pensieri.
Bambini travestiti da conigli e da assassini correvano per tutto il paese, era il giorno di halloween e io avevo solo dei pezzi di maiale da dare a quei piccoli mostri.
Decisi che quel giorno non sarei uscito di casa, chiusi la porta a chiave, presi il mio fucile e mi sedetti su la mia poltrona verde. Avevo paura.
Mi assalì una paura folle, incredible, da manicomio. Chiamai il mio cane, sentivo puzza di bruciato e non vedevo arrivare il mio cane.
Guardai fuori dalla finestra.
Il macellaio mi guardava, un ciccione stava parlando con una puttana e in mezzo alla piazza un grande fuoco. I bambini correvano intorno alla legna, che non era legna, erano animali. Erano cani.
Uscii immediatamente di casa e corsi urlando contro i bambini, cercai di spegnere il fuoco e vidi il mi cane. Morto bruciato.
Mi sdraiai a terra, ero spaventato e confuso, i bambini cantavano una canzone di Natale.
- Perchè cantano una canzone di Natale? Non è Natale, perchè lo fanno? – pensai, disperato. Subito dopo svenni.
 
Mi risvegliai tra gli schiaffi di una donna, eravamo in macchina.
- Dove mi state portando?- dissi con pochissima voce.
- Ti senti te stessa in questo momento? – mi chiese la donna, il suo rossetto mi ricordava il sangue sui vestiti del macellaio.
- Io non sono una donna. – risposi, la donna guardò l’uomo seduto alla mia sinistra.
- Ti senti te stessa in questo momento? -  questa volta la donna mi guardò negli occhi come se mi stesse puntando un’ arma sotto il mento.
- Sì -
La macchina si fermò.
Mi portarono dentro un grande edificio e attraversammo un lungo corridoio pieno di porte bianche. Ero confuso.
- Mi avete drogato brutti bastardi! – gridai fermandomi in mezzo al corridoio. Guardai bene la donna, era la barista, poi mi girai verso l’uomo, era lo sceriffo.
Il mio corpo cadde ingiocchiato.
- Oh mio Dio. – mormorai.
Ricordai il piccolo coniglio appeso allo specchietto retrovisore della macchia che mi aveva portato qui, la foto della vecchia vicina su un cartellone pubblicitario, che di sfuggita, ricordavo di aver visto.
Mi trascinarono dentro una stanza con pareti e mobili di legno. Di legno, proprio come la mia casa in quel paese.
Seduto dietro una scrivania, il macellaio mi fissava. Ma non era lui, era in giacca e cravatta, senza una goccia si sangue sui vestiti.
In alto, fucili appesi alle pareti e teste di animali. Il volto del macellaio, lo sceriffo, la barista, il suo rossetto rosso sangue.
Il mio cane, il mio cane vicino al macellaio.
Mi fecero sedere su una poltrona verde, la mia poltrona verde.
- Chi siete voi? Cosa mi avete fatto??-
- Ti chiamano River, ma non è il tuo vero nome, giusto? – disse il macellaio.
- Giusto.- sapevo che avrei dovuto rispondere in questo modo, anche se non conoscevo altri miei nomi oltre River.
- Se la creatrice delle Stanze di River, nonchè la prima ad averle provate. Forse potrà sembrarti impossibile, ma noi siamo tutti tuoi dipendenti addestrati da anni ad affrontare questo giorno.-
- Cosa sono le Stanze di River?? – domandai girandomi verso tutti e tre, il macellaio, la barista e lo sceriffo.
- Buffo come colei che ha creato qualcosa di così tanto geniale non sia neanche a conoscenza di cosa sia, no? – risero tutti e tre, io abbozzai un sorriso.
- Le Stanza di River sono fisicamente delle stranze che ti permettono di avere un’altra vita, non per forza migliore, solo diversa. In queste stanze tutte le emozioni sono amplificate, nel tuo caso la paura e la confusione che ti hanno fatto svenire. – disse il macellaio fissandomi.
- In questo momento sono in una stanza?- sentii una goccia di sudore attraversarmi la fronte.
- River, sei nella prima stanza. La stanza neurtra, in cui tutto inizia. Sei svenuto, per paura che stessi troppo male abbiamo dovuto riportarti qui.- disse la barista mettendomi la mano sulla spalla.
- Ma io non sono River, io non sono una donna. Io sono un uomo? Datemi uno specchio! Io, io non so chi sono.-
Saltai dalla sedia e iniziai a cercare qualcosa, non so neanche cosa, ma sapevo che l’avrei trovata. Vidi una porta nera, sentivo di doverla aprire.
- No, River! Fermati! – gridò la barista.
Aprii la porta ed entrai dentro un’enorme metropoli. Ero su un marciapiede, dietro di me, il cesso di un bar. La porta nera era sparita
Improvvisamente il mio corpo si riempì di crampi ed era come se un trapano mi stesse perforando la testa. Ancora dolore, non riuscivo a vedere per le lacrime, gridai disperato e poi, ancora una volta, svenni.
 
Il mio nome per loro era River.
Non era importante che fossi un uomo o una donna, loro ti davano un nome indipendentemente dal tuo aspetto fisico o dal tuo carattere.
Vivevo in città, bevevo birra nel bar sotto casa, poi avevo un buon lavoro, un cane ed una vecchia vicina vedova.
 

Tempo reale

Io non giudico mai. Sto studiando per diventare un vegetale e ad aprile prenderò la laurea in carotologia applicata.
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